Pietro e le sue capre
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Un breve racconto
Pietro e le sue capre
Si percepiva un soffio d'aria fresca entrare dalla finestra aperta.
Pietro era li', disteso sul suo vecchio letto composto da una branda ed un pagliericcio che sostituiva di tanto in tanto.
La luce entrava, si posava sui muri ormai lisi e disadorni, veniva riflessa da uno specchio poi fuggiva via finendo in un angolo buio.
Nel momento stesso in cui apriva gli occhi, era in grado di dire se ci sarebbe stato il sole, se fosse piovuto o se il vento avrebbe potuto soffiare troppo forte.
La sua vita trascorsa a contatto con la terra gli aveva insegnato quanto la natura fosse importante per un contadino.
I giorni, i mesi e le stagioni, attraversavano il suo corpo, senza lasciare alcun segno.
Pietro infatti, non invecchiava, si rigenerava quotidianamente senza consumarsi.
Lui, il suo cane, la sua terra e la natura che lo circondava costituivano il suo mondo, ma
oltre il suo cane aveva un altro grande amore: le sue capre.
Con loro aveva un rapporto "umano"; infatti indicandole con il suo indice ne raccontava di ciascuna, la storia.
E se qualcuno tentava di accarezzarle si premurava di avvertirlo, anticipando con un commento le possibili reazioni.
Soprattutto aveva a cuore una capra nera che restava spesso fuori dal branco. "Ha un brutto carattere!" soleva dire.
A chi gli chiedeva se sapeva che cos'era la felicità, sorrideva e rispondeva, indicando con le mani e con lo sguardo il cielo e la terra:"
La gente del suo paese aveva imparato a rispettarlo così com'era. Capitava spesso, infatti, che alcuni di loro, in particolare nei giorni di festa, gli portassero cibo cucinato e bevande.
Inoltre, una volta al mese, si preoccupavano di fargli fare visita da Lella, una prostituta di una località vicina.
Lella lo faceva mettere in un grande bacile di metallo lo insaponava, lo pettinava e poi facevano "l'amore".
Sì, perché per lui, anche se non sapeva definirlo, si trattava d'amore.
Pietro amava Lella nello stesso modo in cui amava tutta la natura. Era, per lui, il suo frutto migliore.
In un giorno di Giugno, quando l'estate era alle porte e si trovava al fresco sotto il suo capanno, dopo aver raccolto un secchio di ciliege, né mangiò a dismisura, ingoiando per voracità, alcune ossa del frutto. Ebbe un blocco intestinale e venne ricoverato.
Quando rientro' in Paese il cane, le capre, e la terra erano lì ad aspettarlo.
Riprese la sua vita così come l'aveva sempre condotta.
Aveva un rapporto diretto con la religione e con Dio. Era fuori dagli schemi e non aveva pratiche cattoliche.
Si fermava davanti un crocefisso che si trovava lungo il cammino e restava lì qualche minuto a pregare.
In un mattino d'inverno, fu colto da un malore improvviso, forse per l'eccessivo freddo, quando stava accudendo alle sue capre.
Morì così, disteso con lo sguardo rivolto al cielo e vicino a lui il suo inseparabile cane e la sua capretta nera che, poggiandosi , effondeva su di lui, con il suo belato, tutto il suo dolore.




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