Il giorno dell'ultimo giorno
- 13 gen
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Il giorno dell'ultimo giorno
era un giorno come un altro
Nel periodo estivo, nel momento in cui dalla feritoia entrava il primo raggio di sole la sirena del mattino annunciava l'ora del risveglio.
Prima di incolonnarsi per la colazione si guardava la data sul calendario e si scambiava qualche parola di convenienza.
Dopo, al momento dell'ora d'aria, ci si avvicinava per le consuete attività ricreative.
Il tempo non era tempo e trascorreva indipendentemente dalla propria volontà.
Lo si lasciava scorrere sulla propria vita senza poter intervenire.
Il giorno dell'ultima volta non aveva nulla di diverso dal precedente. Le persone si guardavano senza interloquire.
Si formavano dei piccoli gruppi ed avevano brevi scambi di socialità. Alcuni, i più fortunati, raccontavano dei colloqui con i propri cari. Sapevano che per loro quel mondo non esisteva e forse non li avrebbero più rivisti.
Molto spesso si fermavano in un punto vicino al muro di cinta ove era possibile ascoltare i rumori che venivano dal di fuori.
Anche quel giorno, quello dell'ultima volta, alcuni lo avevano fatto. Era come proiettare una parte di sé fuori da quelle mura.
C'è un limite invalicabile che si stabilisce tra libertà e prigione
che non permette di stabilire nessun possibile punto d'incontro con l'esterno e quello era il solo modo di farlo.
Alcuni si dedicavano alla cura del corpo sottoponendosi ad allenamenti estenuanti affinché la fatica potesse lenire la loro sofferenza interiore.
Molti osservavano il cielo sperando forse che un qualche impossibile evento potesse determinare un cambiamento del proprio destino.
Il giorno dell'ultimo giorno era uguale al precedente ed a tutti quelli che lo avevano preceduto.
Per rendere la loro pena vivibile ed allontanare lo spettro della depressione molti si rifugiavano nella religione. Cercavano di trovare nella misericordia del Signore la chiave per migliorare la propria esistenza.
Il tempo trascorreva senza avere un senso. I gesti si sovapponevano pedissequamente tanto da sembrare, spesso, involontari.
Il pomeriggio per chi ne aveva voglia si poteva rimanere a leggere in cella.
Le pagine dei libri erano ali che servivano per allontanarsi da quella realtà. Le storie permettevano di vivere le vite dei personaggi lasciando alla propria immaginazione la possibilità di sentirsi ,almeno in quei frangenti, uomini liberi.
La sera dell'ultimo giorno, dopo il pasto serale, ci si defilava ritirandosi silenziosamente nelle proprie celle.
Il detenuto con codice 375AT venne chiamato dal secondino e portato in un androne del carcere che non aveva mai visto.
Ad aspettarlo c'era una persona che le porse la mano per salutarlo.
Il direttore del carcere che si trovava con lui ordinò di aprire la porta carraia.
Venne fatto salire su un auto che li aspettava.
Quando era ormai buio, la notte dell'ultimo giorno, varco' il cancello del carcere.
Era finalmente libero







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